“Le Tre Frecce”
In autunno dopo la stagione estiva, il gruppo ritornò a Bologna e al Bar Modernissimo, appuntamento abituale dei musicisti nostrani (“musici” direbbe, Francesco Guccini o “sodali”), già circolava la voce che in città, a due passi dalle due Torri, aveva aperto i battenti un locale molto particolare.
Così andammo a vedere. In strada Maggiore, 17, sotto al portico di legno di Casa Isolani, buio come ce lo ricordavamo da sempre, si era accesa qualche luce. Probabilmente nessuno avrebbe immaginato che quello sarebbe diventato il Jazz Club “Le Tre Frecce”! Sorpresa e stupore quando, di lì a poco, ce lo trovammo davanti come lo avevamo sognato e immaginato sin dai tempi dell'arrivo degli Americani nell'aprile '45, dei primi V. Disch, dell'apparizione in città della band di colore di Martin Sterman, dei fantastici concerti di Jazz in Palazzo d'Accursio o in Sala Farnese, del film “Stormy Weather” con Lena Horne, Dizzy Gillespie e la Big Band diretta da Cab Calloway, della voce flautata e swingante del saxofonista afro-cubano Chico Cristobal, eletto all'istante nostro cittadino onorario.
Appena un giro di voce ed ecco che il “Tre Frecce” divenne la meta quotidiana di quello che sembrava essere il locale a misura di chi amava il jazz, non fosse stato altro che per discutere, dibàttere, dissentire sulla musica di Charlie Parker, Miles Davis, Benny Goodman, Max Roach, Sonny Rollins, Woody Herman, Harry James, Gene Krupa, Lionel Hampton, di swing o di rhythm and blues, di be-bop, di jazz hot, di giri di blues: dodici misure o di “anatole”: trentadue; il “cool”, “l'informale” il “free”, la “fusion” e il “modale”, ancora di là da venire, nera o bianca, purchè fosse, comunque, musica americana.
Finalmente era arrivato il momento di chiudere, e per sempre, con i portici, a tirare l'alba, nelle notti sotto-zero o sulle panchine spacca-reni di Piazza Minghetti, in compagnia dell'onnipresente Jerry, drummer un po' a spanna, in eterno conflitto con la moltitudine di stornellatori nostrani o concittadini dell'Alighieri, fruitori, a suo dire, di “cachet” da 30 mila a serata, lauta cena e “bella gnocca” inclusa, che inventava a ruota libera, un po' di gossip per movimentare le lunghe e afose nottate estive di quei primi anni del dopoguerra, quando ancora suonare al “Vallechiara” di Rimini o al “Savioli” di Riccione era un privilegio riservato a pochi.
Al “Tre Frecce” non c'era ombra di biliardo o di carte da gioco, non c'erano flipper, men che meno slot-machine; all'entrata, di fronte alla porta d'ingresso, una grande parete bianca si ricoprì, in poco più di due giorni, di annunci di “compravendita” che, a leggerli tutti, si faceva venire sera; non poteva passare inosservato un autentico Avviso di comparizione del Tribunale di Bologna, relativo ad una cambiale insoluta; l'avvisato, compagno di scuola e di “fughini” dei tempi andati, con il “pallino” della musica, (ultimo domicilio conosciuto l'Accademia Biliardi Migliorini), non aveva resistito alla tentazione di comprare, naturalmente a rate, un saxofono contralto, “dimenticando” di onorare, alla scadenza l'ultima “farfalla”. Noi, abituali fruitori di quel tipo di pagamento, interrogammo: chi del gruppo sarebbe stato il prossimo bersaglio del Messo del Tribunale? I primi frequentatori del “Tre Frecce” erano, per la maggior parte, musicisti; raramente “over 30” appassionati di jazz e dintorni, studenti di ogni ordine e grado, tutti inguaribilmente in costanza di “rana”.
Dopo i primi giorni di rodaggio si concretizzò quello che tutti aspettavamo con ansia: il momento della musica, quella vera, genuina, immediata, soprattutto libera da ogni condizionamento: Gustavo pallotta, Renato Bertolazzi, Sergio Cassani, Annibale Modoni, Silvano Salviati, jazzisti magistrali, Gotha del pianismo bolognese, liberarono, alternandosi alle tastiere, il loro talento, l'estro, l'inventiva, la genialità e la loro straordinaria musicalità, incantandoci, con improvvisazioni swinganti, armonie, tecnica e ritmo, suscitando entusiasmo ed ammirazione, eccitazione e incontenibile allegria.
Un misterioso passaparola circolò in un baleno dal centro alla periferia e i locali, già un po' angusti, del “Tre Frecce” non riuscirono più a contenere una marea di disoccupati, fannulloni, perditempo, ballerini di boogie-woogie, spaccamaroni sempre in cerca di una sigaretta, non necessariamente americana, ai quali del jazz importava assai meno di niente. Possibile che con un'accozzaglia di gente del genere la cosa potesse funzionare?
Quando peggio del peggio, comparve, in numero esponenziale, una pletora di pseudo-cantanti stonati e squadrati, fanatici arrabbiati di Frank Sinatra e di Nat King Cole, torturatori implacabili e infaticabili dei timpani dei poveracci che capitavano a tiro, pensammo che ci fossero ormai tutti i presupposti per ritornare sotto i portici.
Bill Balena, “l'artefice”, chiusa la sua “Taverna, Re-Bop”, là sotto il ponte della Mascarella ormai ex ritrovo di “esistenzialisti ante litteram”, si faceva vedere quelache pomeriggio, raramente di sera, infine sparì del tutto. Una voce lo voleva a Roma a fare il “paparazzo”, più verosimilmente, si era fatto di nebbia per sdoganarsi di ogni responsabilità. L'ebbrezza dei primi giorni di quel mese di ottobre andò, via via, scemando abbastanza in fretta; inoltre segnò l'inizio dell'esodo e non soltanto dal Jazz Club.
I musicisti più validi e disponibili cominciarono ad accettare contratti in Austria, Svizzera, Fermania, Olanda; i più fortunati trovarono lavoro ben retribuito a Monaco, Locarno, Lugano, Zurigo, Berna, Francoforte, Amburgo; altri più coraggiosi o incoscienti, in Medio Oriente a Beirut, Teheran, oppure a Hong Kong, tutti ingaggiati, senza ombra di dubbio, per suonare musica che del jazz non era neppure lontana parente, sospinti comunque, e dall'avventura e dalla “penuria” di “pecunia”.
La piazza si spopolò. Con i pochi rimasti a Bologna, cominciammo a contarci. “Duri e puri”, inguaribili di un morbo un po' misterioso anche per tanti addetti ai lavori, non ervamo ancora al “si salvi chi può”, consapevoli, tuttavia, che prima o poi sarebbe arrivato anche per i più irriducubili, il momento di chiudere gli strumenti nelle custodie e infilare il San Gottardo, il Brennero o, “ultima spiaggia”, lo Scalo Passeggeri del Porto di Genova.
Al “Tre Frecce”, infine, inevitabile, il “redde rationem”. Il costo del noleggio di due pianoforti, uno al pianoterra, l'altro a quello superiore, oltre al canone d'affitto del locale e una miriade di altri oneri, con un pubblico che raramente consumava un caffè, non lasciarono scampo al definitivo “De Profundis”.
Quanto durò ancora? Due, tre mesi forse poi, così com'erano apparse, in breve, si spensero le luci e il portico di Strada Maggiore ritornò buio come sempre e, del “Tre Frecce Jazz Club”, rimasero soltanto, ad inverno inoltrato, gli inutili annunci di compravendita affissi all'entrata, più tristi dei vicoli di Borgo Polese in una notte di dicembre.
Comunque circolava in città, già da qualche tempo, un impavido musicista che aveva raccolto, forse inconsapevolmente, il testimone.
Nardo Giardina, trombettista, futuro medico e “leader” di un gruppo che diventerà famoso, suonava con un drappello di “ganzi” volenterosi, entusiasti ed appassionati, solo musica per sognare, nella cantina di Via Cesare Battisti 7. Chi avrebbe immaginato che avrebbero tenuto botta per più di mezzo secolo.
Ma non era roba per tutti.
_ Vito Vella