La mattina del 7 novembre 1944, alle ore 6, quando cominciò la battaglia...
La mattina del 7 novembre 1944, alle ore 6, quando cominciò la battaglia a porta Lame io mi trovavo nella cosiddetta Palazzina che era una casa abbandonata a due piani situata all’ingresso della nostra base dalla parte di Azzo Gardino. All’inizio eravamo distribuiti in tutti i piani e a tutte le finestre: potevamo da quelle posizioni, essendovi finestre da tutte le parti, sparare contemporaneamente sui tedeschi che erano nelle scuole Fioravanti, nell’edificio dell’Ente Autonomo Comunale, nella sede del Dopolavoro della Manifattura Tabacchi e anche verso via Azzo Gardino dove il nemico aveva posto un fucile mitragliatore nel campanile della chiesa. Resistemmo a lungo in tutti i piani e respingemmo anche, con la partecipazione di tutta la compagnia, numerosi assalti che i nazifascisti tentarono di attuare col lancio di bombe fumogene, partendo generalmente dalla zona di Azzo Gardino. I nemici, dalla strada in parte coperta da un muro, avanzavano verso di noi attraversando un prato e in tal modo si esponevano non solo al nostro fuoco della Palazzina, ma anche a quello della base del gruppo di Medicina e di un gruppo comandato da Cognac che era appostato nella casa a fronte di via del Porto.
Ma i nazifascisti ben presto si resero conto che occorreva innanzi tutto eliminare la resistenza della nostra Palazzina. Vennero all’assalto in continuità circa dalle 9 in poi. Noi resistemmo al massimo nei piani alti; poi, quando non potemmo più resistere poiché usavano contro di noi anche un cannone da 88, scendemmo al piano di sotto e qui di nuovo si resistette al massimo. Al mio fianco cadde per primo Nello Casali (Romagnino) un giovane di Cesena, poi cominciarono i feriti e poi fummo costretti a scendere al piano terreno quando ormai eravamo quasi accerchiati.
Dal piano terreno la nostra resistenza era molto più difficile e poco dopo mezzogiorno io mi resi conto che quella posizione non poteva più essere tenuta. Ma anche per i fascisti la lotta era dura ed era costata loro molte perdite. Nel prato i morti fascisti e tedeschi non erano pochi. Ricordo che un ufficiale fascista, visto che i militi cominciavano ad indugiare dopo molti assalti falliti, gridò: «Avanti, ragazzi, il Duce ci guida!». Ma Piva li attendeva allo scoperto e li falciava col fucile mitragliatore piazzato davanti alla casa base prospiciente il canale.
Abbandonare la Palazzina però non fu facile. Io uscii per primo per raggiungere Aldo che ci chiamava dalla casa bassa e quando lo raggiunsi una bomba a mano gli scoppiò quasi addosso coprendolo di schegge. Allora Giulio, che era con Aldo, corse nella Palazzina per richiamare tutti fuori poiché ormai erano quasi completamente accerchiati. I fascisti allora cominciarono a urlare che i nostri uscissero con le mani in alto. Ma per primo uscì Carlone, col mitra in mano, e falciò tutti i fascisti che gli erano attorno e così aprì una breccia dalla quale, sparando da ogni parte, i nostri, anche i feriti, poterono uscire. Ma nella mischia tre dei nostri (Scalabrino, Bridge e Giulio) morirono e altri, fra cui lo stesso Carlone, furono feriti.
I fascisti continuarono ad attaccare, ma l’intensità del loro fuoco diminuì e noi ce ne accorgemmo. La cosa era importante perché, al calare della sera, sapevamo che avremmo potuto uscire. Sembra che i nazifascisti si fossero trovati a corto di munizioni ed avessero subito perdite assai gravi per cui avevano deciso di richiamare dal fronte un carro armato «Tigre» per limitarsi all’attacco a distanza. Il «Tigre» arrivò e cominciò a sparare, ma ormai si avvicinava la sera. L’ultimo morto fu un aviatore neozelandese (John Klemlen), molto bravo e coraggioso, che fu proprio colpito dal «Tigre», mentre, in posizione di retroguardia, tentava di salvare i feriti.
Noi ci sganciammo, protetti dalla nebbia che avevamo creato artificialmente con un nutrito lancio di bombe fumogene, risalendo il corso del canale Cavaticcio in direzione di piazza Umberto I (ora piazza dei Martiri), dove ingaggiammo l’ultimo scontro a fuoco della giornata contro i brigatisti neri che la presidiavano. Avemmo ancora dei feriti, uno dei quali grave, ma la sorpresa dell’attacco portò alla distruzione dell’ostacolo e i fascisti che furono risparmiati si salvarono con la fuga. Potemmo così gradualmente ritornare nelle vecchie basi della brigata sparse nella città. Frattanto, a cominciare dalle sei e mezza della sera, i gappisti della base dell’Ospedale Maggiore avevano iniziato l’attacco ai fascisti e ai tedeschi i quali, colti di sorpresa da più parti nella zona attorno a porta Lame, si sbandarono e si diedero alla fuga. _ William Michelini